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Intervista a Ivan fedele E-mail
 

By Eraldo Martucci, on 19-04-2009 16:07

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Ivan Fedele

Sarà la terza "prima" alla Scala, dove è già stato con due composizioni dirette da Pierre Boulez e Riccardo Muti, per il musicista leccese Ivan Fedele, uno dei maggiori compositori contemporanei ed una delle voci più rappresentative ed eseguite all’estero da alcune delle più rinomate compagini. Domenica prossima, 26 aprile, verrà infatti eseguito il suo lavoro per due voci femminili ed orchestra: "33 Noms" su testi di Marguerite Yourcenar.

Il brano, appositamente commissionato dal sovrintendente Stephane Lissner, vedrà protagonisti i soprani Julia Henning e Valentina Coladonato, con David Robertson sul podio della Filarmonica della Scala.

Per Ivan Fedele, che recentemente è stato nominato direttore artistico dei "Pomeriggi musicali" di Milano, il rapporto affettivo con la sua terra rimane però molto saldo, e quest’anno finalmente si concretizzerà anche dal punto di vista professionale con un nuovo brano che inaugurerà la Stagione sinfonica autunnale dell’Orchestra della Fondazione "Tito Schipa".

Maestro Fedele, vuole illustraci questa sua nuova composizione tratta dalla Yourcenar?

Intanto il testo sarà sia in originale francese che, parzialmente, nella versione italiana. Un anno di lavoro: si tratta di una serie di immagini uniche che si succedono, una sorta di sfida formale. Rispetto ad un altro lavoro di ispirazione spirituale, "et En arché" dove ho musicato il prologo del Vangelo di Giovanni in greco con l’interazione di un frammento melodico alla base di tutto, qui c’è l’estrema variazione. La sfida è stata grande e sono molto curioso di vedere come funzionerà Mi sono ovviamente fatto un’idea, ma anche al compositore più consumato la realtà dell’esecuzione riserva sempre qualche sorpresa, spesso piacevole.

Il suo legame con il Salento è sempre stato molto forte, e quest’anno si rafforzerà finalmente anche dal punto di vista professionale…

C’è stata infatti questa simpatica opportunità commissionatami dalla Fondazione Ico "Schipa" e dal direttore Marcello Panni. Ho scritto un pezzo molto vivace, scherzoso, che si basa su un ritmo di 12/8, che è poi il ritmo della pizzica, ma estremamente veloce, rapido, con dei cambiamenti di colore, di umore, come si addice ad un’ouverture. Adesso sento il bisogno di alleggerire la scrittura con un pezzo che mi auguro possa piacere al pubblico.

A proposito di pubblico, come vede quello leccese ed in generale l’ambiente musicale?

La nostra città ha innanzitutto una storia di ascolti, oltre che di cantanti, direttori d’orchestra, strumentisti, compositori. Il pubblico leccese è molto interessato al teatro d’opera: tutti gli spettacoli che ho visto erano sempre pieni, tra l’altro anche con opere meno di repertorio. Quest’anno in cartellone c’era infatti "L’Olandese volante" di Wagner. D’estate ho ascoltato qualche concerto sinfonico, anche in questo caso con una buona presenza di spettatori. D’altronde è un pubblico abbastanza particolare nel panorama regionale, abituato a cose di qualità, che viaggia e si muove.

Parlando più in generale, com’è lo stato attuale della musica classica in Italia?

Oggi la musica classica, che potremmo chiamare con Maurizio Pollini musica d’arte, soffre di due minacce. La prima è la "musealizzazione", cioè si tende a sclerotizzare la musica d’arte a un certo periodo storico che in genere non supera il tardo romanticismo. Quasi come se fosse finita questa forma artistica e si devono dunque ripetere all’infinito le stesse cose. Forma invece viva, che ha dato capolavori nel Novecento e continua a darle. Questo è il rischio di chi organizza, di chi programma, anche dovuto ad una certa pigrizia ed alla mancanza di curiosità, per la verità non soltanto in musica, ma anche per la letteratura, la pittura. Questo perché le informazioni che arrivano alla grande massa delle persone sono mediate dalla televisione e dalla radio, che forniscono solo delle piccole clip.

E l’altra minaccia?

Affonda le sue radici nella struttura stessa della nostra società, di tipo mercantilistico. Il mercato però introduce spesso un criterio falso, perché fa dire che una cosa vale se ci sono milioni di persone che la guardano o la comprano. In questo senso le poesie di Ungaretti dovrebbero valere quasi nulla, perché sono molto più venduti certi libri gialli. L’elenco del telefono ha scopi diversi da una poesia, il quadro da un fumetto, per quanto possa essere eccellente e pessimo invece il quadro. Bisogna avere maggiore senso critico. Il mercato non può essere il paradigma.

 

 

   
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