| Scritto da Eraldo Martucci,
05-03-2008 17:46
|
Visite : 1370 |
Con la scomparsa di Giuseppe Di Stefano se ne è andata un’altra delle storiche voci italiane del belcanto. Il grande tenore siciliano è morto l’altro ieri, a 86 anni, nella sua casa vicino Lecco, ma in realtà non si era mai ripreso dalla brutale aggressione subita nella sua villa in Kenia nel dicembre 2004. Indimenticabile partner di Maria Callas, con la quale ebbe anche una tormentata storia d’amore, “Pippo” Di Stefano fu idolatrato dal pubblico di tutto il mondo, in particolare della Scala, ma fu spesso, e non senza ragioni, messo in croce dalla critica più agguerrita.
Lascia alquanto stupiti, perciò, il ricordo di Paolo Isotta uscito ieri
sulle pagine del Corriere della Sera. Il noto critico, si ricorderà,
aveva massacrato Luciano Pavarotti all’indomani della sua scomparsa
definendolo “analfabeta” musicale (giudizio peraltro in linea di
principio condivisibile), ma senza ricordare le sue straordinarie
qualità non solo timbriche (che ovviamente non poteva non riconoscere)
che hanno caratterizzato alcune sue memorabili performance tali da
farlo comunque inserire nell’elite tenorile del ‘900. In questo suo bel
ricordo, invece, Isotta sorvola sull’“analfabetismo” musicale di Di
Stefano che, oltretutto, al contrario di Pavarotti che la possedeva al
sommo grado, aveva una deficitaria per non dire dilettantesca tecnica
di canto che gli costò una precoce usura del proprio organo vocale,
aspetto appena rilevato dal “Critico”.
Al suo apparire, infatti, la voce del giovanissimo tenore era di una
bellezza soggiogante, e lui stesso era ottimo interprete, come si può
facilmente evincere dall’ascolto delle prime registrazione del 1944,
due anni prima del debutto ufficiale, quando era un militare internato
in svizzera. Con una voce dolce e intensa, morbida e vibrante,
svettante negli acuti, e con una dizione straordinaria, Di Stefano
dismise i panni di Nino Florio, lo pseudonimo utilizzato per cantare
nei night milanesi (la sua famiglia si trasferì a Milano quando lui
aveva 6 anni) per diventare veramente un grande tenore.
Il debutto avvenne a Reggio Emilia il 20 aprile 1946 con la Manon di
Massenet, opera che interpretò nuovamente alla Scala l’anno successivo.
Nel ’48 calcò per la prima volta il palcoscenico del Metropolitan di
New York, e negli anni successivi cantò in molte città americane ed in
Messico, ma i suoi trionfi maggiori li riscosse alla Scala negli anni
’50. Già a partire da quegli anni, però, iniziarono quei problemi
vocali dovuti alla scelta di non utilizzare la tecnica del suono
raccolto nella zona di passaggio di registro, tecnica sulla quale, come
ricordava Leone Magiera, non tutti erano d’accordo, ad iniziare dal
direttore Gianandrea Gavazzeni che la considerava una violenza
all’esatta pronuncia italiana. Ma chi canta “aperto”, senza cioè
oscurare le vocali per evitare di emettere suoni ingolati, finisce
inevitabilmente per rovinarsi in poco tempo.
Cosa che è puntualmente avvenuta a Di Stefano, prima nel registro
acuto, raggiunto con sempre maggiore sforzo, e poi in tutta la voce,
costringendolo frequentemente ad improvvisi forfait, come nella
“Bohème” del 1963 a Londra quando, ironia del destino, lasciò il posto
a Luciano Pavarotti.
Su questo aspetto si è magistralmente soffermato Rodolfo Celletti: “Di
Stefano è la prova provata che nel canto artistico la conoscenza e
l’applicazione della tecnica non procedono mai in senso contrario alle
leggi di natura, ma ne sono parte integrante…Le lacune tecniche e
l’insofferenza della disciplina che un cantante deve imporsi se vuole
veramente emergere, guastarono in breve tempo il congegno. Già una
Tosca registrata nel 1953 con Maria Callas lascia udire acuti forzati e
poveri di smalto, perdita di duttilità e un fraseggio monotono…..Come
Edgardo canta tutto a squarciagola sgarbatamente; come Riccardo (nella
registrazione del 1956 ndr.) dato che la voce è ormai in condizioni
disastrose, rappresenta il tipico caso d’una emissione in cui il suono
aperto, forzato e duro, ha in gran parte perduto l’ausilio delle cavità
di risonanza facciali e resta come bloccato nella faringe, privo di
squillo, di smalto, di elasticità non soltanto negli acuti –
faticosissimi – ma in gran parte della gamma. Di rispetto dei segni di
espressione di Verdi non si parla in nessun caso, ma nemmeno d’accento
verdiano…”.
Credo non si debba aggiungere altro.
|
|
|