Le celebrazioni per il 150°anniversario della nascita di Puccini ci stanno offrendo da alcuni mesi una ghiotta occasione di assistere, in alcuni dei più importanti teatri lirici italiani, alla messa in scena di tutte le opere del compositore lucchese. Dopo la Madama Butterfly al Piccinni di Bari, la Tosca al Politeama Greco di Lecce e la Fanciulla del West all’Opera di Roma, ieri l’altro è stata la volta di Bohème al Teatro Regio di Parma.
La rappresentazione dell’opera, ritornata a distanza di soli cinque anni dalla precedente edizione, non è sfuggita al compito naturale di richiamare un foltissimo numero di spettatori per l’ultimo titolo di una programmazione che, avviata in maniera straordinaria in gennaio con Szenen aus Goethes Faust di Schumann, proseguita con Porgy and Bess di Gershwin e con il discusso Così fan tutte di Mozart, ha confermato il livello di eccellenza raggiunto dal teatro parmense in questi anni.
Per quanto concerne l’opera pucciniana, oggi più che mai, sotto l’aspetto formale, si può considerare come la più “geniale” del compositore lucchese e, nel contesto storico in cui fu composta, quella che ha lasciato l’impronta della maggiore originalità dopo il “Falstaff” verdiano. Le inquietudini giovanili, la goliardica spensieratezza degli spiriti dei quattro protagonisti rispondevano, alla fine degli anni novanta dell’Ottocento, non solamente alle inclinazioni ma alla ”vita” stessa condotta dal musicista, con quella intelligente capacità di far rivivere sulla scena situazioni psicologiche molto differenziate tra loro, con un taglio teatrale di grandissima efficacia.
Quattro brevi atti che idealmente si riconducono alle “scenes de la vie de bohème” di Murger da cui trassero ispirazione Illica e Giacosa per il libretto dell’opera di Puccini il quale li costringeva sempre a riscrivere, aggiungere, ritoccare correggere versi e situazioni senza che perdessero mai di vista il personaggio fondamentale, quello di Mimì, nel quale Puccini aveva riposto il senso ultimo della tristezza delle cose terrene trasfigurate dalla morte.
L’edizione andata in scena al Regio riproponeva un allestimento molto fortunato ideato una ventina d’anni or sono e in questa particolare circostanza è stato recuperato, a livello scenografico, un elemento che nel corso delle varie riprese era stato tolto, ovvero la grande vetrata nella scena della soffitta. Si trattava dunque di una riproposta dell’idea originaria dello spettacolo rappresentato per la prima volta al Regio nel 1989 che, nonostante gli anni, resta ancora godibilissimo, senza essere stucchevole, valorizzato dalla regia di Francesca Zambello, ripresa da Ugo Tessitore. Pur nell’alveo della tradizione, la regia è parsa sempre tesa ad un costante dialettico rapporto con la musica per cui efficacissime sono sembrate le soluzioni visive adottate in particolare nel secondo e terzo atto.
Al maestro Bruno Bartoletti, in autentico stato di grazia, il merito di aver dato una lettura della partitura attenta e intelligente. Ha restituito a questa Bohème tutto il vigore della sua tensione drammatica, scolpendone la vibrante umanità e il mirabile contrasto di sentimenti, accentuando il lirismo che avvolge le pagine più ricche di pathos con la sferza di una possente fiammata sonora.
Il cast degli interpreti ha potuto contare sull’autorevole presenza, nel ruolo di Mimì, del soprano Svetla Vassileva (alla quale poche ore prima della recita alla quale abbiamo assistito, l’Associazione Nazionale Critici Musicali ha assegnato il Premio Abbiati) dimostrando, ancora una volta, dopo la splendida Traviata al Festival Verdi dello scorso anno, di essere cantante e interprete intelligente per la varietà delle tinte, la fluidità del fraseggio, i giochi chiaroscurali che hanno dato un senso di profonda tristezza alla “gaia fioraia” riuscendo a trovare momenti di straordinaria commozione nel terzo atto e nell’intero scena finale.
Il tenore Stefano Secco impersonava Rodolfo generosamente, con il sostegno di una voce dal timbro interessante, capace di accensioni toccanti nonché dotto di ardente e generoso temperamento.
Vivace e spigliata la Musetta di Valentina Farcas. Dignitosa la prestazione nei rispettivi ruoli di Gabriele Viviani, Leonardo Lopez Linares e Carlo Cigni. (Così come Vincenzo Di Nocera, Matteo Peirone, Matteo Mazzoli e Marco Democratico hanno contributo al successo dello spettacolo.)
Ottima la prestazione dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio che si confermano tra le migliori compagni artistiche italiane. Successo schietto per tutti da parte di un pubblico attento e non facile agli entusiasmi che ha comunque riservato particolarmente per la Vassileva e Bartoletti.
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