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Il ricordo di Luciano Pavarotti ad un anno dalla scomparsa E-mail
 

Scritto da Eraldo Martucci, 05-09-2008 22:03

Visite : 1294

ImageE’ stata la voce per antonomasia degli ultimi decenni. E se non l’avessero coniato prima per Frank Sinatra, il soprannome “the voice” sarebbe toccato a Pavarotti. Il “tenorissimo”, fenomeno vocale ma anche mediatico, moriva esattamente un anno fa, il 6 settembre 2007, a 72 anni non ancora compiuti, dopo un’inutile battaglia contro il tumore al pancreas.

Chi scrive lo ha ascoltato tante volte, ed indelebile rimane il ricordo di un San Valentino davvero speciale al Petruzzelli di Bari. Era il 14 febbraio 1984, e big Luciano cantò accompagnato al pianoforte dal fido amico Leone Magera. Un recital memorabile con i suoi cavalli di battaglia del repertorio cameristico, come l’“Ave Maria” di Schubert e l’“Ultima canzone” di Tosti, e quelli del repertorio operistico come “Una furtiva lacrima” e “Recondita armonia”, chiudendo con la bellezza adamantina  di un travolgente “Nessun dorma”.

Erano ancora gli anni d’oro per Pavarotti che ormai sedeva incontrastato sul trono del re dei tenori, trono che era stato di Caruso, di Schipa, di Gigli, in parte di Del Monaco, ma non di Corelli e Di Stefano, né di Kraus o Bergonzi, e neanche di  Domingo e Carreras. E questo non per supposte o anche vere superiorità vocali degli uni nei confronti degli altri, ma semplicemente con la notazione del cronista. E le cronache hanno raccontato che un solo tenore al mondo, in questi ultimi decenni, abbia potuto riempire gli stati ed i grandi parchi come una star del rock, cantando arie d’opera a volte neanche troppo popolari.

Certo alla base di tutto c’era una voce tra le più belle del ‘900 per il timbro splendido («Quando Pavarotti nacque, Dio baciò le sue corde vocali», scrisse una volta il critico del New York Times, Harold Charles Schonberg), la ricchezza di armonici, la sonorità, l’estensione (fino al re sovracuto), lo squillo e la luminosità degli acuti, caratteristiche abbinate ad una tecnica perfetta, che gli permise di non forzare mai e di avere una dizione eccezionalmente nitida, tale da poter rivaleggiare con quella di Schipa. Certo, non era mai stato un modello nel solfeggio, e nell’ultima parte della carriera, se la voce ancora conservava un’invidiabile freschezza, questo difetto si accentuò sempre di più.

Grandissimo interprete pucciniano (il suo Rodolfo della “Bohème” è ancora insuperato) e donizettiano (al debutto nella “Fille du Régiment”, il 2 giugno 1966 al Covent Garden, fece impazzire il pubblico dopo l’esplosione dei nove do di petto), Pavarotti ha anche affrontato mirabilmente gran parte del repertorio verdiano, eccellendo in particolare nel “Ballo in maschera”, opera affrontata con esiti esaltanti anche al San Carlo di Napoli nel dicembre 1994.

   
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