Il Giovanni Paisiello Festival di Taranto ripropone all'ascolto “Gli zingari in fiera”
Scritto da Dino Foresio,
27-11-2008 15:05
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Ancora una volta, per iniziativa della locale associazione Amici della Musica "Arcangelo Speranza", ente organizzatore del Giovanni Paisiello Festival con la direzione artistica di Lorenzo Mattei, è stato reso omaggio al grande compositore tarantino facendo conoscere, nell’occasione della serata inaugurale della sesta edizione, la commedia per musica Gli zingari in fiera composta da Paisiello nel 1789 su libretto di Giuseppe Palomba
L’opera tuttavia, per quanto musicalmente gradevole, ad un ascolto ragionato (dopo lo studio) non appare né innovativa, all’interno della produzione operistica dell’ultimo Settecento, né tantomeno costituire un punto fermo nella produzione del musicista tarantino il quale, pur di onorare il contratto con il Teatro del Fondo, stanco per la coeva composizione della Nina o sia la pazza per amore e per gli incarichi assunti in varie chiese napoletane, dovette far ricorso a tutto il suo mestiere dando fondo al formulario del genere giocoso utilizzato in tanti lavori precedenti fatto anche da autoprestiti. Un’opera Gli zingari in fiera composta in un periodo particolare che lo porterà il maestro tarantino ad un esaurimento nervoso.
Il plot palombiano asseconda le convenzioni dell’opera buffa, contribuendo a creare e quindi a dipanare gli intrecci, e non solo amorosi, del microcosmo teatrale ambientato in una fiera dove la fanno da padrona gli zingari con il loro mondo che veniva identificato, in un passato non troppo remoto, con il commercio ambulante. Protagonista è Lucrezia, capo zingara "furba e spiritosa", cui s’affianca il fratello Barbadoro. Una donna che intende abbindolare messer Pandolfo, un "benestante ricco e sciocco e credulo nelle cose astronomiche". Lucrezia legge ovviamente la fortuna con formule elaborate; ordisce travestimenti e macchinazioni, promette il ritrovamento di un tesoro in una grotta con l’aiuto di finti spiriti fino a giungere ad un finale rivelatore con tanto di agnizione. Un’opera nella quale sia il compositore sia il librettista cercarono di evidenziare i nodi della vicenda incorporandoli in pezzi chiusi e sottraendoli il più possibile al recitativo secco (cinque numeri musicali sono riservati alla protagonista, due a Pandolfo e Stellidaura, una ciascuna agli altri personaggi senza considerare i pezzi d’assieme).
Quando si è pensato a quest’opera, per il cartellone 2008 del Giovanni Paisiello Festival, sicuramente l’idea iniziale sarà stata quella di metterla in scena trattandosi di un lavoro fortemente teatrale i cui il travestimento la fa da padrone. Purtroppo dall’edizione in forma scenica, per ragioni non propriamente artistiche, si è passati ad un ibrido "semiscenico" sfruttando, come fondale scenografico, un bella foto di Yves Leresche riproducente un gruppo di rom intenti più a tonificarsi con qualche bevanda ad alto tasso alcolico anziché a lavorare i metalli durante una fiera, con gli interpreti in "costume" di tutti i giorni.
Giovanni Di Stefano, alla guida di un drappello di eccellenti professori dell’Orchestra Ico della Magna Grecia, con l’apporto cembalistico di Vincenzo Rana, ha fatto del suo meglio per rendere musicalmente "decodificabile" il dettato paisielliano ponendo attenzione al gioco delle dinamiche valorizzando l’eleganza e la stanca cantabilità che convivono nella partitura. In ciò è stato supportato da una squadra di cantanti-attori formata dai soprani Teresa Di Bari e Tiziana Spagnoletta, dal mezzosoprano Francesca De Giorgi e per il versante maschile dal buffo parlante Domenico Colaianni, dal basso-baritono Graziano De Pace, dal tenore di mezzo carattere Giovanni Coletta e dal tenore parlante Giuseppe Cacciapaglia. Ogni artista si è impegnato a rendere "credibile" il ruolo affidatogli senza tuttavia riuscire a toccare la corda del divertimento nel non numeroso pubblico benché la "colpa" non sia certo attribuibile a loro ma a Paisiello, autore di un’opera, diciamola tutta, non particolarmente riuscita.
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